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Referendum / L’impossibilità di una riforma ben scritta

A proposito di riforma, riporto un articolo che potete leggere interamente qui: midnightmagazine.org

Si parla di linguaggio, del linguaggio con cui sono state scritte le nuove leggi costituzionali, molto criticate dal fronte del NO per essere complesse e poco comprensibili, laddove la Carta del 1948 eccelleva per sintesi e chiarezza.

Il prossimo quattro dicembre i cittadini elettori saranno chiamati ad esprimere il proprio consenso o il proprio dissenso sul progetto di riforma della seconda parte della Costituzione proposto dal governo Renzi. Il tormentone del “Sì” e del “No” si è impossessato del web, della televisione e dei giornali da ormai un paio di mesi, trasformando progressivamente il dibattito politico in uno scontro partitico e riducendolo così ad una serie di slogan sugli effetti benefici o nefasti che la riforma potrebbe avere sull’ordinamento italiano.
Uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori del “No” è che la riforma è scritta male, pasticciata e confusa. Tale argomento è francamente inconfutabile, se come termine di paragone si prende l’originale, ossia il testo della Costituzione redatto dall’Assemblea Costituente tra il 1946 e il 1947. Diverso è se la si confronta con le leggi, anche costituzionali, degli ultimi vent’anni e dei giorni nostri: a colpo d’occhio ci si accorge che il testo non è né peggiore né migliore. In altre parole, l’italiano impiegato per la scrittura della revisione costituzionale è lo stesso utilizzato dal Legislatore per la stesura di ogni altro suo atto. Di questo ci si può indignare ma non stupire. La perdita della chiarezza, della linearità e dell’efficacia della lingua italiana nelle leggi ha radici datate e, purtroppo, ben salde nel nostro ordinamento.
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